Papà Grazio portò con sé in campagna il piccolo Francesco già da quando questi aveva nove anni. Gli affidò quattro pecore ed una capra e gli insegnò come bisognava pascolare. L’esperienza negativa fatta con Michele, il primogenito, che era andato a scuola senza apprendere nulla, l’aveva indotto a non sbagliare nuovamente.

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Grazio rispose: “E va bene, io faccio scavare dove hai detto tu, ma guai se l’acqua non esce. Metterò te nella fossa!”. L’acqua invece ben presto zampillò nel luogo scelto dal suo figlio e fu abbondante. Dopo qualche mese Francesco chiese al padre: “Tata, e quando mi mandi a scuola?”. “Ah, vuoi andare? Subito subito ci andrai” promise Grazio. E,a sera,parlò con la moglie. Insieme decisero di mandarlo da un maestro privato. Pensarono prima a Cosimo Scocca, poi a Domenico Tizzani, un prete che ha abbandonato l’abito talare, per vivere e far vivere la moglie ed una figlia dava lezioni in un pianterreno, a cinque lire al mese, equivalenti per i Forgione, ad un tombolo di grano.
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“Monaco di messa” precisò Grazio. “In questo caso avrà bisogno di un libro in latino” osservò l’esperto insegnante. “E che ne saccio io Don Dome’ provvedete voi stesso quando andrete a Benevento. Sapete in che condizioni mi trovo!” Concluse il Forgione, mortificato se ne sono a casa. Dopo lunga riflessione decise di espatriare. Solo così avrebbe potuto estinguere il suo debito e fa studiare il figlio.
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