71013, San Giovanni Rotondo (FG)

L’infanzia di Padre Pio

Il piccolo Francesco Forgione

Il 25 maggio 1887, al civico 27 di vico Storto Valle, a Pietrelcina, provincia e diocesi di Benevento, nasce il quarto figlio di Grazio Forgione e Maria Giuseppa De Nunzio. Il giorno seguente viene battezzato nella vicina chiesa arcipretale di Santa Maria degli Angeli col nome di Francesco.

Francesco trascorre l’infanzia sereno. La sua famiglia non è certamente benestante, ma non mancano un tetto sotto cui ripararsi e il lavoro di onesti e dignitosi contadini per guadagnare il necessario per mangiare. «Nella mia famiglia – ricorderà molti anni dopo Padre Pio – era difficile trovare dieci lire, ma non mancava mai nulla».

La casa non è proprio confortevole. È nella parte vecchia di Pietrelcina, nel rione “Castello”. È composta da tre unità separate: la camera da letto matrimoniale, dove Maria Giuseppa aveva dato alla luce il bambino, è vicina ma non contigua al bivani adibito a cucina e a stanza per i figli. Poi, ancora più distante, c’è la celebre torretta, dove Francesco, ormai grandicello, si rifugerà per studiare in santa pace, ma anche per nascondere i suoi atti di penitenza e le vessazioni diaboliche. Entrambi i genitori sono laboriosi e stimati da tutti: Grazio per il carattere allegro, condito da scherzi e dalla battuta sempre pronta; la moglie per l’intelligenza viva e per l’intensità della sua fede.

Francesco sente la vocazione religiosa a cinque anni, quando promette di consacrarsi per sempre al Signore. A quella stessa età già usa una pietra come cuscino e si percuote con una catena di ferro per soffrire come Gesù, si difende dagli attacchi dei diavoli «in forme oscenissime, umane e soprattutto bestiali», ed è consolato da estasi e celestiali apparizioni. Vive tranquillamente queste esperienze, senza comunicarle ad altri, senza chiedere spiegazioni o consigli, perché pensa siano «cose ordinarie a tutte le anime».

All’età di undici anni, come i suoi coetanei, si accosta per la prima volta alla mensa eucaristica. Nello stesso anno riceve il sacramento della cresima. È il 27 settembre 1899, un «giorno singolarissimo» che resta in lui «indimenticabile per tutta la vita».

È più che assiduo nella preghiera. Non gli basta fare il chierichetto. Spesso, con la complicità del sagrestano, resta in ginocchio dinanzi al tabernacolo, anche a porte chiuse.

All’esterno appare «come tutti gli altri». Forse solo un po’ più riservato, solitario, tanto da meritarsi l’appellativo di «lup surd». In realtà in lui non c’è solo il desiderio di vivere lontano da occhi indiscreti i segreti della sua vita mistica. Vuole tenersi lontano dai coetanei che «bestemmiano» e da quelli «dall’occhio falso». E cerca di utilizzare il tempo libero dal lavoro per studiare, sapendo che è l’unica strada per coronare la sua vocazione.

Alla fine dell’800 a Pietrelcina la scuola offre la possibilità di frequentare solo le prime due classi. Spostarsi, per continuare, se lo possono permettere solo i figli dei ricchi. Papà Forgione offre a suo figlio una soluzione di compromesso: lezioni private da chi, in paese, sa già leggere e scrivere.

Le lezioni private non comportano una spesa insostenibile, ma non sono neanche gratuite. Così, per far studiare il secondo figlio maschio e per mantenere la famiglia il lavoro a Pietrelcina non basta e Grazio decide di emigrare oltre oceano. Il sacrificio viene, comunque, equamente distribuito. Mappa Peppa si sobbarca totalmente l’educazione della prole e gran parte del lavoro nei campi di Piana Romana, la frazione di Pietrelcina dove i Forgione hanno un podere. Anche i figli aiutano come possono, compreso Francesco, che spesso accompagnava le “sue” due pecore al pascolo, approfittandone per recitare il Rosario all’andata e al ritorno.

Lascia un commento