Il 9 novembre 1918 Padre Pio dalla cella n. 5 del convento di San Giovanni Rotondo scriveva ad Erminia Gargani: “Scrivo dal letto dove sono confinato a causa della mia infermità. Mi trovo tutto ripieno di dolori nel fisico e tutto ripieno di amarezze nello spirito” (Epist. III,759).

Dopo 10 giorni aver ricevuto le stimmate, Padre Pio si ammalò di spagnola. Era l’inizio del mese di ottobre del 1918 e Padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi raccontò che: “Il dottor Angelo Maria Merla consigliò a Padre Pio di restare in quarantena in foresteria e farlo assistere e sorvegliare dalla procuratrice Russo Rachelina. Il cappuccino stigmatizzato restò in foresteria finché non fu sfebbrato completamente e poi su consiglio medico tornò nella cella n. 5. Lo attesta egli stesso, in una lettera indirizzata al padre Benedetto, Riprese carta e penna il 17 ottobre 1918 e scrisse al provinciale. “Sono a voi di ritorno dopo un lunghissimo tempo passato nel silenzio e voi me lo perdonerete di certo, sapendo che non è stato causato da negligenza e non curanza, ma impotenza assoluta. Sono stato anche a letto con febbri spagnuole, e che anche qui fa strage di morti”.
Dopo circa un mese ci fu una miglioria. Difatti il 27 ottobre 1918, scriveva ad Antonietta Vona: “Rispondo con vari giorni di ritardo alla tua per ragioni di salute, che lascia molto a desiderare. Sono uscito, è vero, fuori pericolo, ma mi sento assai debole e impotente a poter reagire. Fiat voluntas Dei.” (Epist. III, 877).
Poi purtroppo, nel mese di novembre, ebbe una ricaduta ma con l’aiuto dei medici riuscì a superare tutto.
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