Nel 1962 a mons. Karol Wojtyla si trova a Roma. Il 17 novembre gli giunge un telegramma dal marito della sua cara amica Wanda Poltaska, Andrzej Poltawski. Wanda è stata ricoverata «nell’ospedale oncologico di Cracovia».
Il vescovo polacco è lontano. Si trova a Roma. Nella città in cui studiò da giovane. Nella città da cui partì, nel 1948, per San Giovanni Rotondo. Probabilmente gli tornano alla memoria quel viaggio e quel frate. Sta di fatto che decide di inviare una lettera a Padre Pio. Il 17 novembre il Vicario capitolare di Cracovia prende un foglio di carta intestata della “Curia Metropolitana Cracoviensis” e scrive, in latino:

Tramite Mons. Deskur riesce a consegnare la lettera a Angelo Battisti, figlio spirituale di Padre Pio dal 1941, al servizio della Santa Sede e dattilografo presso la Congregazione del Santo Ufficio. Dal 1957 avrebbe avuto anche il delicato incarico di amministratore di Casa Sollievo della Sofferenza.
L’impiegato del Vaticano riceve da mons. Deskur una busta chiusa nella «mattinata del 17 novembre del 1962 con preghiera di portarla a Padre Pio», quindi nella stessa mattina in cui era stata scritta, senza conoscere né il contenuto né il mittente. Lo stesso commendator Battisti ricorderà, molti anni dopo: «nel pomeriggio parto per San Giovanni Rotondo e la sera del giorno successivo, mi reco a conferire con Padre Pio e per prima cosa gli consegno la lettera in parola; mi dice poi di aprirla e leggerla».
L’indirizzo scritto da mons. Wojtyla è inutile. Padre Pio ha già una risposta da dare e l’affida allo stesso commendatore al quale dà l’incarico «di assicurare che avrebbe tanto pregato per questa mamma». Ma dice anche: «A questo non si può dire di no». «Perché?» gli chiede incuriosito il dipendente della Santa Sede. L’anziano Cappuccino, appoggiato con la spalla allo stipite della cella n. 5 del convento, bisbiglia qualcosa: «dica questo a mons. Deskur, che guarirà e che lavorerà molti anni per la Santa Sede». Cosa che puntualmente si avvera.
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