71013, San Giovanni Rotondo (FG)

Mamma son tanto felice. La dedica di Padre Pio a mamma Peppa

Mamma Peppa: una mamma che viveva per i figli

Era straordinario e forte il legame tra Padre Pio e la mamma: Giuseppa De Nunzio, per tutti Mamma Peppa. Il grande tenore italiano, Beniamino Gigli ogni volta che era a San Giovanni Rotondo doveva intonargli «Mamma» e Padre Pio si commuoveva fino alle lagrime pensando alla sua amatissima madre.

Maria Giuseppa De Nunzio nacque a Pietrelcina il 28 marzo 1859 da Fortunato e Maria Giovanna Gagliardi. Aveva da poco compiuto la maggiore età, quando attirò le attenzioni di Grazio Forgione. Con gli occhi chiari, la figura snella, esaltata da una immancabile camicetta bianca e da un fazzoletto sempre fresco di bucato sulla testa, i modi assai garbati, i lineamenti dedicati, portamento signorile.

Aveva un carattere estroso pronto alla conversazione, aperto all’amicizia. Vestiva con sobrietà, ma con buon gusto. Seria, rispettosa, cordiale, benvoluta da tutti, aveva coltivato fin da bambina una profonda religiosità. Partecipava alla santa Messa e a tutte le funzioni. Privatamente non tralasciava mai le pratiche di pietà e soprattutto la recita del santo rosario.

Si asteneva dal a mangiare carne il venerdì, per rispettare il precetto all’epoca vigente, il  mercoledì e il sabato, in onore alla Madonna del Carmelo di cui era devotissima. Se, in sua presenza, qualcuno programmava una faccenda per il futuro, anche se non prossimo, aggiungeva sempre “Se Dio vuole”. Era convinta infatti, che nulla avveniva per caso o per la solo volontà dell’uomo. Troncava ogni discorso intessuto di critiche o  di maldicenza, specialmente se aveva per oggetto un sacerdote. Diceva: “Chi siamo noi che ci possiamo permettere di criticare i ministri di Dio?

E ricordava che Gesù aveva insegnato a non giudicare, per non essere giudicati. Oltre a queste ottime qualità, aveva anche una buona dote. Si preparò alle nozze secondo le tradizioni,  impastate di superstizione e le credenze popolari, ed affidò alla Madonna della Libera, patrona del paese,  la sua famiglia nascente. Dopo il matrimonio le sue giornate cominciarono ad essere davvero intense. Ai primi chiarori dell’alba si recava più volte alla fontana, con una grossa brocca sulla testa, per fare la provvista dell’acqua. Pio, se non c’era pane nella madia, preparava due grosse pagnotte che portava a cuocere al forno del rione oppure, lavava i panni con acqua bollente.

Quindi, raggiungeva Grazio in campagna per governare la mucca, la capra o il maiale e per innaffiare davanti alla masseria, le suo viole. Nel primo pomeriggio ritornava a casa con un cesto pieno di frutta e di verdura e, nella cucina – un doppio vano al numero 28 preso in fitto in Vico Storto Valle – subito inventava una frugale cena.

Aveva un gran da fare per allevare cinque figli, dai quali a malincuore si staccava per raggiungere Grazio nei campi. Affidava le sue creature a parenti o a qualche vicina e a passo svelto, se avviava presso Piana Romana. Preferiva lasciare Francesco dalla nonna, perché con lei andava volentieri in chiesa. A sera, però la famiglia si riuniva e Maria Giuseppa, d’inverno, era felice di vederla radunata a semicerchio intorno al camino. Frugava allora nelle tasche del grembiule e, cavatene la corona, intonava lentamente il rosario. Si soffermava sui misteri della redenzione, descrivendoli come una lunga, incantevole fiaba. I bambini e Grazio rispondevano in coro alla preghiera mariana finché gli occhi dei più piccini non incominciavano ad appannarsi per  il sonno e le testoline a dondolare come campane mosse dal vento.

Aveva tante premura per i figli. Voleva che a Pasqua e alla festa patronale avessero un vestito nuovo, che riusciva a comprare con grande risparmio e vendendo le uova delle sue galline. Fu la prima raccolta il temperamento eccezionale di Francesco della sua spiccata religiosità. Rimase profondamente colpita quando lo riferivano che si batteva con la catena. Gliene chiese la ragione e si sentì dire che doveva battersi “come i Giudei avevano battuto Gesù“. Soffrì tanto anche quando si accorse che preferiva dormire a terra, con una pietra per guanciale, e non nel lettino che è sera gli preparava con tanta cura. Lo vedeva calmo, quieto, obbediente. Notava che non faceva capricci e non commetteva mai “nessuna mancanza”. Solo qualche volta per delle piccole cose con le sorelle, lo sgridava chiamandolo “svergognatello”. Era preoccupata nel vederlo taciturno, solitario, ma non l’esortò più a giocare con i coetanei quando il figlio le confidò che preferiva tenerli lontani perché bestemmiavano, avevano la lingua lunga e l’occhio falso. Ammirare Francesco il senso della morale. Quando il marito emigrò in America, avverti tutta la responsabilità della famiglia e di Francesco in particolare.

Il 6 gennaio del 1903, il giorno della sua partenza per il noviziato di Marcone, aspettò in casa che tornasse dalla Messa. Sembrava rassegata, serena. Ma quando vide che Francesco le si inginocchiò davanti e le chiese la benedizione, non riusci a trattenere le lagrime: “Figlio mio mi sento squarcià u core ma San Francesco ti chiama e devi andare”.

Il 10 agosto del 1910 Giuseppa si avviò a piedi da Pietrelcina per raggiungere Benevento. Nella cappella dei canonici del Duomo, insieme al primogenito Michele, ad Angelo Antonio Scocca e a don Salvatore Pannullo presenziò all’ordinazione sacerdotale del figlio. Durante il sacro rito non fece altro che piangere di gioia e di commozione. Avrebbe voluto accanto a sè il marito, per dividere con lui le emozioni di quel giorno, ma Grazio era in America lontano.

Durante il periodo in cui padre Pio rimase a Pietrelcina, lontano dal chiostro, mamma Peppa si recava tutte le mattine in via Santa Maria degli Angeli, al numero 44 dove abitava, per fare le pulizie e per accertare lo stato di salute del figlio. A volte lo trovava debilitato: “figlio mio come puoi tirare avanti in questo stato in un convento con i monaci? Mamma – rispondeva – non ci pensare, non ti preoccupare c’è la Madonna! Mi ha sempre aiutato e continuerà a farlo!

Il 7 settembre del 1911 in Padre Pio una cosa che non seppe ne spiegare e ne comprendere. Il giovane cappuccini a piana romana sotto l’olmo ricevette le stimmate. Fece ritorno alla masseria scuotendo le mani come se avesse subito una scottatura. Giuseppa notò i gesti del figlio: “Pio che stai suonando la chitarra?”. Il cappuccino non rispose, la guardò e la strinse in un silenzioso abbraccio.

Visse con trepidazione i 100 giorni in cui fu trattenuto in ospedale o in caserma durante il servizio militare.

Appena, nell’aprile del 1919, seppe che i segni della passione di Gesù erano apparsi nelle mani, nei piedi e nel costato del figlio, con il cuore in gola, volle andare a San Giovanni Rotondo. Vi ritornò nel maggio del 1920, nel 1925 e alla fine del mio 1928. Quest’ultima volta ci andò in compagnia di Maria Pyle che volle ospitarla dopo una breve permanenza a Pietrelcina. Giunse nella cittadina garganica il 5 dicembre giusto in tempo per incontrare Padre Pio sul piazzale della chiesetta, Peppa in quelle settimane si ammalò e si mise a letto con la febbre molto forte. Le venne diagnosticata una brutta polmonite doppia. Padre Pio andava a trovarla ogni giorno.

Alle 6,15 del 3 gennaio del 1929 rese l’anima Dio. Il 5 gennaio i funerali furono imponenti. Giuseppa, la mamma di Padre Pio, venne seppellita a San Giovanni Rotondo.

In un anniversario della morte di Maria Giuseppa, fu chiesto a Padre Pio un pensiero sulla sua mamma. Il santo cappuccino si commossè e disse “sono cose da non chiedersi a me. Chiedetele agli altri. Comunque “omnia gloria eius ab intus”. Ogni sua gloria è nascosta, perchè irraggia dalla bellezza del suo intimo.

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