71013, San Giovanni Rotondo (FG)

La vocazione di Padre Pio

Il cammino vocazionale del giovane Francesco Forgione

Il piccolo Francesco, pastorello a Piana Romana, era un bambino diverso dagli altri. Nel frattempo la “chiamata” si delinea con chiarezza. Quel bambino «calmo, quieto» che «non faceva capricci», come lo avrebbe sempre ricordato sua madre, ma vispo e allegro come suo padre, prende la sua decisione: vuole diventare «frate con la barba», come fra Camillo da Sant’Elia a Pianisi, il cappuccino questuante che spesso vede nel suo paese a chiedere la carità.

Una vocazione tormentata

Ma nel noviziato dei Cappuccini non ci sono posti disponibili. Parenti e amici tentano invano di convincerlo a provare con qualche altra famiglia religiosa. Nel frattempo il ragazzo continua a studiare, prendendo lezioni private dal maestro Angelo Caccavo, col quale completa il programma delle prime tre classi ginnasiali.

Il sacrificio e l’impegno non attendono a lungo la ricompensa. Finalmente si libera un posto nel Convento dei novizi. La partenza è fissata per il 6 gennaio 1903. La notizia è fonte di grande gioia. Ma nel cuore di Francesco, quindicenne, c’è un piccolo tarlo: «la vanità di questo mondo», che lo tormenta con tanti dubbi.

Il Signore, che ha progetti precisi su quel adolescente, gli fa capire con chiarezza la sua volontà attraverso una visione percepita «con l’occhio dell’intelligenza». Francesco si ritrova, di colpo, «in una spaziosissima campagna», accanto a «un uomo maestoso di rara bellezza, splendente come il sole» che gli dice parole, all’inizio incomprensibili: «vieni con me, perché ti conviene combattere da valoroso guerriero». In quella campagna il ragazzo vede «una moltitudine di uomini; divisi in due gruppi». Da una parte sono «bellissimi e ricoperti di vesti bianche, candide come le nevi». Dall’altra «uomini di orrido aspetto e vestiti di abiti neri a guisa di ombre scure». Lui se ne sta nel mezzo «ad ammirare questi due gruppi di uomini» insieme con l’uomo maestoso di rara bellezza che, nel frattempo, gli prende la mano.

All’improvviso vede avanzare, in lontananza, «un uomo di smisurata altezza da toccare con la fronte le nuvole» col volto orrendo, simile a «quello di un etiope». Quando questo gli giunge dinanzi, l’uomo che lo tiene per mano dice a Francesco: con quell’individuo devi batterti!

Il giovanetto impallidisce. Si sente svenire per il terrore. Ma la sua guida lo sostiene per un braccio.

Francesco trova solo il coraggio per chiedere al maestoso accompagnatore di essere risparmiato dal «furore di quello sì strano personaggio» che gli sembra così «forte da non bastare per atterrarlo tutti gli uomini uniti insieme».

La risposta, però, è più perentoria dei primi due inviti: «vana è ogni tua resistenza, con questi conviene azzuffarti. Fatti animo: entra fiducioso nella lotta, avanza coraggiosamente che io ti starò d’appresso; io ti aiuterò e non permetterò che egli ti abbatta; in premio della vittoria che riporterai ti regalerò una splendida corona che ti fregerà la fronte».

Non gli resta altra scelta. Il quindicenne «entra in combattimento con quel formidabile e misterioso personaggio» e, grazie all’aiuto di quella guida che non lo lascia solo neppure per un istante, «alla fine lo supera, lo abbatte, lo vince e lo costringe alla fuga. La guida allora, fedele alla promessa, estrae da sotto le sue vesti una corona di rarissima bellezza, che vano sarebbe di poterla descrivere, e gliela pone in testa, ma subito se la ritira dicendo: un’altra più bella ne tengo per te riserbata se tu saprai bene lottare con quel personaggio col quale or ora hai combattuto».

A questa, però, l’uomo maestoso aggiunge un’altra promessa: «Io ti starò sempre d’appresso; io ti aiuterò sempre, affinché tu riesca sempre a prostrarlo».

La visione termina con la «fuga fra urli, imprecazioni e grida da stordire» degli uomini di orrido aspetto dietro il gigante dal volto scuro e con le lodi degli uomini avvolti in candide vesti «verso quel uomo splendido e luminoso più del sole».

Il significato della visione non è completamente chiaro nella mente del ragazzo. Lo diverrà di lì a poco, grazie a un’altra visione «puramente intellettuale»: la sua vita religiosa sarà una battaglia senza tregua «con quel misterioso uomo d’inferno».

Le due rivelazioni divine gli fanno capire che ha una missione da compiere. Gli danno il coraggio decisivo per fare il grande passo e la forza di staccarsi dal volto, contratto dal dolore e rigato dalle lacrime, di mamma Peppa nel momento della partenza. La scena è straziante. La donna, mettendo tra le mani di Francesco una corona del Rosario, gli dice: «Figlio mio, in questo momento non pensare al dolore di tua madre, devi partire e vai». Parole di grande compostezza, a cui segue un cedimento, in un momento di debolezza: «Figlio mio, mi sento squarcià ‘u core, però san Francesco ti chiama e tu devi andare».

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