71013, San Giovanni Rotondo (FG)

Francesco Forgione diventa fra Pio da Pietrelcina

Per sempre Fra Pio

Francesco Forgione entra nel noviziato dei cappuccini della Provincia religiosa di Sant’Angelo-Foggia (oggi denominata di Sant’Angelo e Padre Pio) a Morcone, sempre in provincia di Benevento, a 30 chilometri dalla natia Pietrelcina.

Quando bussa alla porta del convento, accompagnato dal suo insegnate Angelo Caccavo e dal sacerdote don Nicola Caruso, non sa che gli è riservata una gradita sorpresa. Ad aprirgli, infatti, è proprio quel «frate con la barba» che lo aveva affascinato fin da bambino, fra Camillo, che lo accoglie con un paterno sorriso.

Passa velocemente la prima settimana, in rigoroso silenzio, come prescrive il regolamento. Passano anche i successivi undici giorni. Finalmente il canto di un gallo lontano, trasportato nell’aria da una tenue ma gelida brezza invernale, annuncia l’inizio di una giornata speciale: il 22 gennaio.

Francesco, in ginocchio dinanzi all’altare maggiore della chiesa conventuale, contempla quasi estasiato l’abito marrone che fra poco gli verrà posto indosso. Per un istante, ai suoi occhi, si dissolvono le pareti della chiesa, scompaiono tutti i frati dal presbiterio e gli altri tre giovani che stanno per fare, come lui, la vestizione. Non ode più neppure il brusio dell’assemblea dei fedeli. Restano solo il tabernacolo, quel saio e lui, svincolati dalle leggi dello spazio e del tempo.

Lo sguardo, sforzandosi di superare il velo di lacrime, si posa su Colui che gli sta concedendo quel grande dono.

Il ragazzo lo interroga. Lo invoca. Perché vuole «essere un figlio meno indegno di san Francesco». Il cuore rallenta la sua folle corsa quando il timore si scioglie in preghiera: «Oh Dio! Fatti sempre più sentire al povero mio cuore e compi in me l’opera da te incominciata…»

Nessuno, intorno a lui, si accorge di nulla. Nessuno riesce a penetrare quel colloquio muto. Nessuno può immaginare che proprio Francesco si senta «indegno» di indossare l’abito del Poverello di Assisi.

Fin dai primi giorni tutti gli altri giovani restano ammirati per «la docilità e l’ossequio alla voce dei padri superiori», ai quali non si limita a rispondere «padre, sì». Non finisce neanche di pronunciare il suo assenso ed è «già in movimento per eseguire quanto gli veniva accennato». Lo stesso maestro dei novizi, padre Tommaso da Monte Sant’Angelo, famoso per la sua severità, lo giudica «esemplare, puntuale nell’osservanza ed esatto in tutto», tanto da non aver mai avuto neanche un minimo motivo per rimproverarlo. Al precettore non sfugge neppure la grande sensibilità di quel ragazzo che, pur non avendo mai meritato né un richiamo né una punizione, non riesce a trattenere la compassione nel vedere qualche suo compagno mangiare pane e acqua col piatto per terra, come i cani, per aver violato qualcuna delle rigide regole del noviziato.

Per questo padre Tommaso compie il rito della vestizione con un compiacimento e un senso di sacralità forse mai provati in precedenza.

Sono proprio le parole del Padre Maestro, che è già vicino a lui con l’abito in mano, a richiamare Francesco al momento presente: «Ti vesta il Signore dell’uomo nuovo che secondo Dio è creato nella giustizia e nella santità della verità». Poi, dandogli il cappuccio, aggiunge un’invocazione: «Poni, Signore, il cappuccio della salvezza sul suo capo per sconfiggere le insidie diaboliche». Anche questa frase fa parte delle formule proprie del rito. Solo Francesco sa quanto abbia bisogno di quella protezione. Infine c’è la consegna del cingolo con un’altra esortazione: «Ti cinga il Signore del cingolo della purezza, ed estingua dai tuoi lombi l’umore della libidine, affinché rimanga in te la virtù della continenza e della castità».

Il nome, per prassi, lo consiglia il maestro dei novizi. Per lui suggerisce quello di padre Pio da Fragneto l’Abate, detto da Benevento, il frate che guida la Provincia religiosa cappuccina, avendola letteralmente ricostituita dopo la seconda soppressione degli ordini religiosi decretata da due leggi del giovanissimo Regno d’Italia, approvate nel 1861 e nel 1866.

Dopo il canto del «Veni, creator Spiritus», con l’imposizione del nuovo nome, comincia «un’altra vita». Inizia la preparazione alla grande missione.

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