71013, San Giovanni Rotondo (FG)

La paura grande di Padre Pio

Non guadagnare tutti fratelli a Dio

La prima notizia pubblica su Padre Pio, fu data venerdì 9 maggio 1919, dal quotidiano romano “il giornale d’Italia” con un breve trafiletto dal titolo: “I miracoli di un cappuccino a San Giovanni Rotondo”. L’anonimo autore presenta “l’umile cappuccino” come un “santo” stimato dal popolo il suo spirito profetico, per i doni carismatici della chiaroveggenza, ubiquità, estasi, e, soprattutto per le sue stimmate, che erano sotto gli occhi di tutti. La sensazione notizia fu ripresa da altri giornali, che la diffusero in Italia e nel mondo.

Il popolo di Dio, accolse con entusiasmo la lieta novella e, dal mese di maggio 1919, affluì numeroso al convenuto del Gargano e al santuario di Santa Maria delle Grazie. Un testimone oculare, padre Paolino da Casacalenda,  superiore dei frati cappuccini di San Giovanni Rotondo, scrive nelle sue “Memorie“: “La folla cresceva sempre di più ed invadeva il convento. Venivano i professionisti di ogni genere da ogni part…; tanti e tanti malati nella fiducia di ricevere la guarigione…; tante persone che si credevano ossesse e volevano essere liberate dal demonio; venivano tanti e tanti che erano spinti da curiosità…; tanti e tanti sacerdoti regolari e secolari, qualcuno anche dall’estero… Nè mancavano i borsaioli…Infine un immenso stuolo di donne venute da tutte le parti d’Italia e che volevano a tutti costi vedere il Padre e confessarsi da lui. La Chiesa era zeppa di gente che andava, veniva, entrava, usciva senza sosta…” (Memorie pag. 130)

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Cosa faceva padre Pio in mezzo a tutto questo tumulto di gente? E’ la domanda che si fa lo stesso padre Paolino, il quale così risponde: “Egli, che da diversi mesi aveva ricevuto la confessione utriusque (cioè degli uomini e delle donne), confessava esclusivamente gli uomini in sacrestia, mentre  tutti gli altri padri della comunità e i forestieri si davano il turno in chiesa per confessare le donne… Solamente nelle ore pomeridiane, cioè all’imbrunire, i padri e lo stesso Padre Pio potevano riposare dal lungo e faticoso lavoro delle confessioni” (Memorie pag. 133).

Riguarda padre Pio, il superiore padre Paolino precisa qualche dettaglio. Il frate iniziava a confessare già alle ore  5:30, continuava in interrottamente fino alle 11:30, quando smetteva per prepararsi alla messa, che celebrava tutti giorni alle 12. Nel pomeriggio riprendeva a confessare fino all’imbrunire. In questo massacrante lavoro quotidiano, padre Pio aveva una sola  preoccupazione; prosciogliere i fratelli dai lacci di satana, guadagnare le anime a Cristo.

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Il 14 giugno 1919, scriveva a padre Agostino: “Pregate il padre provinciale che mandi molti lavoratori nella vigna del Signore, perché è una vera crudeltà e tirannia mandare via centinaia ed anche migliaia di anime al giorno che vengono da lontani paesi a solo scopo di lavarsi dei loro peccati, senza averlo potuto ottenere per mancanza di sacerdoti confessore..” (Epistolario I, 1147).

Questo fatto di non poter prosciogliere tutti fratelli dai lacci di satana e di non poter guadagnare tutte le anime a Cristo, gettava padre Pio in una “estrema amarezza”che lo faceva soffrire terribilmente. Il 6 novembre 1919, scriveva a padre Benedetto “Povero me! Non posso trovare riposo; stanco ed immerso nell’estrema amarezza, nella desolazione la più disperata, nell’angustia la più angosciosa non già di non poter, no, ritrovare il mio Dio, ma di non guadagnare e di non guadagnare tutti fratelli a Dio (Epist. I, 1152).  E quattro giorni dopo, il 10 novembre dello stesso anno, alla figlia spirituale Maria Gargani: “Figlia mia, chi potrà trascriverti le pene, i timori e tremori, e le amarezze e le preoccupazioni del mio povero spirito? Raccomandami, insieme a tutte, alla divina pietà con più insistenza, perché non soccomba sotto sì atroce martirio; le forze sono per mancarmi” (Epist. III,363)

Dunque l’ansia apostolica di padre Pio era talmente grande, il suo zelo per la salvezza delle anime così acuto, che egli si sentiva morire, tormentato non tanto dal timore di non ritrovare Dio, quanto dalla paura di non guadagnare tutti fratelli a Dio. E tutto questo nonostante che egli confessasse dalla mattina alla sera e sostenesse “diciannove ore di lavoro, senza un po’ di sosta”, come confidava a padre Benedetto, il 26 novembre di quello stesso anno di grazia.

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