Suggestione, fascino, commozione: questo è ciò che provava il piccolo Francesco Forgione con l’avvicinarsi del santo Natale.

A Piana Romana, mentre i genitori erano nei campi, modellava con l’argilla le statuine dei pastori, della Madonna, di San Giuseppe e del Bambinello. Quest’ultima, come ricorderà Mercurio Scocca, suo amico d’infanzia, gli dava un gran da fare perché «la faceva e la rifaceva tante volte». Non era mai contento del risultato e, soppesandola nel palmo della mano, diceva: «non è venuta come volevo io». E tornava ad impastare la creta, per farne una più be
A casa disponeva i personaggi del presepe in una piccola grotta ricavata nella parete più ampia, su cui spiccavano gli angeli osannanti. All’interno trovavano posto San Giuseppe, la Madonna, il bue e l’asinello, i pastori, un piccolo gregge scortato dai cani, il calzolaio, la lavandaia, il fornaio ed i cammelli con sulla groppa i Magi. La mangiatoia colma di paglia rimaneva “vuota” fino alla notte della vigilia, quando “doveva nascere” Gesù Bambino.
Con geniale trovata, preparava i lumicini colmando, con poche gocce d’olio e un minuscolo stoppino, le conchiglie vuote della chiocciole più belle, che sceglieva con cura e che svuotava, anzi faceva svuotare da un altro amico, Luigino Orlando, giacché lui «non aveva il coraggio di fare l’operazione». Poi, all’esterno della grotta, sistemava larghi pezzi di muschio che, dal tronco degli alberi, staccava delicatamente con un temperino.

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