Addio a Sandro Mazzola. «Dissi a Gesù: fammi diventare calciatore come mio papà». L’incontro con Padre Pio
È morto a 83 anni Sandro Mazzola, leggenda dell’Inter e della Nazionale italiana. Padrepio.it vuole ricordarlo attraverso una preziosa intervista del 2017, nella quale raccontò a Stefano Campanella, direttore di PADRE PIO TV il suo incontro con Padre Pio. Una confessione rimasta impressa nella sua vita, il ricordo di Armando Picchi e quel dialogo con il Santo continuato negli anni: «Quando ero in difficoltà, mi mettevo in ginocchio e parlavo con lui».
«Mia nonna mi raccontava di Padre Pio»
Il nome di Padre Pio era entrato nella vita di Sandro Mazzola molto prima che potesse incontrarlo personalmente. La sua infanzia era stata segnata dalla perdita del padre, Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino, morto nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949. Sandro aveva soltanto sei anni. Dopo la morte del padre, raccontò nell’intervista, la famiglia tornò al paese. La madre lavorava e, la sera, erano soprattutto la nonna e la zia a stare accanto ai bambini. Fu proprio la nonna a parlargli di quel frate che viveva a San Giovanni Rotondo. «Mia nonna ci raccontava di Padre Pio, dei miracoli…», ricordava Mazzola. Quei racconti rimasero nella sua memoria. Passarono gli anni. Sandro crebbe e quel bambino che aveva perso così presto il padre riuscì davvero a realizzare il suo grande sogno: diventare calciatore come papà Valentino. Poi arrivò una trasferta dell’Inter a Foggia. E con essa l’occasione di incontrare finalmente Padre Pio.
L’Inter da Padre Pio: «Sono venuti perché vogliono vincere?»
La squadra decise di raggiungere San Giovanni Rotondo. Per i giovani calciatori dell’Inter era un avvenimento particolare e, quando arrivarono al convento, anche tra i frati ci fu grande curiosità. Mazzola ricordava ancora con divertimento il momento nel quale a Padre Pio spiegarono chi fossero quei ragazzi arrivati a trovarlo. Il Cappuccino li guardò e scherzò: «Ma vengono qui da me perché vogliono vincere?» E si mise a ridere. Un momento semplice e divertente, che Mazzola conservò nella memoria per tutta la vita. Ma per lui quella visita aveva anche una ragione molto più personale. Sandro voleva confessarsi con Padre Pio. Portava dentro di sé qualcosa che lo tormentava da tempo.
«Gesù, fammi diventare calciatore come mio papà»
Tutto nasceva ancora una volta dalla figura di Valentino. Sandro aveva desiderato così intensamente di seguire le orme del padre da aver rivolto un giorno a Gesù una richiesta che, successivamente, sarebbe diventata per lui motivo di inquietudine. La ricordò davanti a Stefano Campanella: «Gesù, fammi diventare calciatore come mio papà, poi fammi pure morire a trent’anni come lui, non mi importa». Parole pronunciate con l’impeto di un ragazzo che aveva perso troppo presto suo padre e che sognava di diventare come lui. Ma il sacerdote al quale Mazzola si era rivolto aveva giudicato molto severamente quella richiesta. Sandro arrivò così a San Giovanni Rotondo convinto di aver commesso un grave peccato e portando dentro di sé soprattutto un peso: non poter più ricevere la Comunione. Per questo voleva parlare proprio con Padre Pio.
La “fuga” alle cinque del mattino per confessarsi
Non era però così semplice. La disciplina imposta alla squadra era rigida e i giocatori non potevano lasciare liberamente le camere dell’albergo nelle prime ore del mattino. Mazzola decise ugualmente di alzarsi prestissimo. Con lui c’era il capitano dell’Inter, Armando Picchi. Per evitare problemi con l’allenatore, i due si organizzarono in modo da non svegliare i compagni e partirono alla volta del convento. Erano circa le cinque del mattino. E proprio durante quel percorso Mazzola vide qualcosa che non avrebbe più dimenticato. La gente saliva verso la chiesa pregando e cantando. «Non avevo mai visto che alla Messa si andasse in questo modo», raccontò. Poi arrivò finalmente il momento tanto atteso. La confessione con Padre Pio.
La risposta di Padre Pio
Mazzola si trovò davanti al Cappuccino e gli raccontò tutto. Gli parlò di suo padre. Del desiderio di diventare calciatore come lui. Di quella richiesta fatta a Gesù e del giudizio ricevuto successivamente dal suo sacerdote. Era convinto di portare con sé un peccato gravissimo. La reazione di Padre Pio lo sorprese. Il frate sorrise. Ridimensionò immediatamente quel peso che Sandro si portava dentro e gli indicò una semplice penitenza. Per Mazzola quel momento significò soprattutto una cosa. Poter tornare finalmente all’Eucaristia. Lo raccontò con parole semplicissime: «Potei continuare a fare la Comunione, finalmente». Una liberazione che sarebbe rimasta indissolubilmente legata al ricordo di Padre Pio.
Armando Picchi e il fratello disperso in Russia
Ma quella mattina non era stato soltanto Mazzola a voler incontrare personalmente Padre Pio. Anche Armando Picchi, storico capitano della Grande Inter, portava dentro di sé una domanda molto dolorosa. Un suo fratello maggiore era partito per la guerra in Russia e non era più tornato. La famiglia non aveva mai avuto certezze sulla sua sorte. Non sapeva se fosse morto, se fosse stato fatto prigioniero o che cosa gli fosse realmente accaduto. Picchi voleva chiedere a Padre Pio qualcosa su quel fratello scomparso. Mazzola non seppe mai che cosa si dissero durante il colloquio. Picchi non glielo raccontò. Gli rimase però impresso il volto del compagno quando tornò da lui. Era profondamente scosso. Mazzola lo ricordava «tutto stralunato», turbato da quel colloquio e dal pensiero della guerra. Il contenuto di quella conversazione tra Armando Picchi e Padre Pio rimase tra loro.
«Dopo quell’incontro ho continuato a parlare con Padre Pio»
Quella fu l’unica volta in cui Sandro Mazzola incontrò personalmente Padre Pio. Ma il loro rapporto, almeno per Sandro, non terminò a San Giovanni Rotondo. Fu forse proprio allora che cominciò davvero. Nell’intervista del 2017 Mazzola fece una confidenza molto personale: «Io ho parlato spesso con lui dopo quell’incontro». Lo faceva soprattutto nei momenti difficili. Quando in famiglia c’era un bambino ammalato. Quando la squadra attraversava un periodo negativo. Quando lui stesso aveva problemi fisici e non riusciva più a rendere sul campo come avrebbe voluto. Alla sera, prima di andare a dormire, aveva un’abitudine. Si metteva in ginocchio. E parlava con Padre Pio. Non raccontava apparizioni o fenomeni straordinari. Descriveva qualcosa di molto più intimo. Una sensazione di pace. «Dopo mi sentivo più sereno, più tranquillo. Rispetto a quando avevo cominciato a parlare, che ero nervoso, ero agitato». Padre Pio era diventato così un interlocutore silenzioso al quale affidare preoccupazioni, paure e momenti difficili.
Gli occhi della gente davanti a Padre Pio
Tra i ricordi conservati da Mazzola ce n’era poi uno particolarmente suggestivo. Non riguardava direttamente ciò che Padre Pio aveva detto a lui. Riguardava gli altri. Le centinaia di persone che arrivavano a San Giovanni Rotondo. Mazzola ricordava soprattutto i loro occhi e il modo in cui guardavano Padre Pio. Aveva avuto l’impressione che il Cappuccino, osservando quelle duecento o trecento persone che salivano verso di lui, conoscesse ciò che ciascuna portava nel cuore. Quella sensazione, ammetteva Mazzola, poteva essere influenzata anche da tutto ciò che la nonna gli aveva raccontato da bambino. Ma c’era un particolare concreto che continuava a interrogarlo. I volti di quelle persone dopo aver incontrato Padre Pio. «All’uscita, alla fine, i visi erano cambiati». Erano arrivati in un modo e sembravano andarsene in un altro. Per Mazzola qualcosa era entrato nel loro animo. Ed era uno dei ricordi più potenti conservati di quella giornata.
«Cambiò il mio rapporto con gli avversari»
Soltanto con il trascorrere degli anni Sandro comprese che quell’incontro aveva lasciato una traccia anche nel suo modo di vivere il calcio. Da bambino aveva avuto un solo grande desiderio: diventare calciatore come Valentino Mazzola. Dopo l’incontro con Padre Pio, qualcosa lentamente cambiò. Non diminuì la voglia di giocare o di vincere. Cambiò, piuttosto, il rapporto con chi aveva intorno. «Me ne sono reso conto dopo qualche anno: era cambiato il mio rapporto con l’avversario, con i miei compagni». Il calcio non era soltanto competizione. C’erano il rispetto, l’amicizia, la solidarietà, il rapporto con i compagni e perfino quello con l’avversario. Valori che Mazzola, nell’intervista, riconosceva come profondamente vicini anche alla sua esperienza di fede.
Il messaggio ai calciatori di oggi: «Ricordatevi perché avete cominciato»
Da quella esperienza nasceva anche il messaggio che Sandro Mazzola volle lasciare ai calciatori delle nuove generazioni. In un mondo nel quale il denaro, il successo e l’ambizione possono rischiare di prendere il sopravvento, invitava a recuperare la ragione originaria per la quale un bambino comincia a dare calci a un pallone. «Bisogna ricordarsi perché si è cominciato a fare i calciatori». Non per guadagnare. Il guadagno, spiegava, arriva eventualmente dopo: se sei bravo guadagni di più, altrimenti meno. Ma non può essere quella la ragione principale. Prima vengono il pallone, i compagni, gli avversari e la gioia di giocare.
«Chi insegna calcio non deve insegnare a vincere»
Quando Stefano Campanella gli chiese quale potesse essere una ricetta per liberare il calcio dalla ricerca esasperata del guadagno e dall’ambizione sfrenata, Mazzola indicò una responsabilità precisa. Quella degli educatori. Di coloro che prendono per mano un bambino e gli insegnano per la prima volta che cosa significhi giocare a calcio. «Chi insegna calcio non deve insegnare calcio per vincere». Deve insegnare a giocare per divertirsi. Per esprimersi. Per riuscire a tirare fuori ciò che un ragazzo porta dentro e che, magari, non riesce a manifestare a scuola o perfino nella propria famiglia. Perché c’è un momento, spiegava Mazzola, nel quale un bambino si ritrova con un pallone tra i piedi. E allora può finalmente essere se stesso. «Quando hai quella palla fra i piedi, a quel punto tiri fuori quello che hai dentro. Questa è la cosa più importante del calcio». Oggi Sandro Mazzola non c’è più. Il calcio perde uno dei suoi grandi protagonisti, l’uomo che per diciassette stagioni ha indossato una sola maglia, quella dell’Inter, conquistando quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, oltre a diventare uno dei simboli della Nazionale italiana.
Ecco l’intervista di PADRE PIO TV
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