71013, San Giovanni Rotondo (FG)

Il miracolo di Padre Pio per Wanda Poltawska chiesto da Karol Wojtyla

Ecco come sono andate le cose il 28 novembre 1962

Il 4 luglio 1958 Papa Pio XII nomina don Karol Wojtyla vescovo ausiliare di Cracovia. Il 16 luglio 1962, dopo la morte dell’arcivescovo Eugeniusz Baziak, è eletto vicario capitolare. Il 5 ottobre dello stesso anno parte per Roma, dove dall’11 ottobre all’8 dicembre prende parte ai lavori della prima sessione del Concilio Vaticano II.

Karol Wojtyla e Wanda Poltawska

La sua partenza per l’Italia quasi coincide con l’ingresso in ospedale di una sua amica, Wanda Wojtasik, dottoressa in medicina e specializzata in psichiatria. Mons. Wojtyla aveva conosciuto lei e colui che sarebbe divenuto suo marito, Andrzej Poltawski, negli anni della gioventù.

Nel 1945 Wanda era «andata a studiare a Cracovia», per laurearsi in medicina. Sapeva già bene cos’era la sofferenza, nonostante i suoi 25 anni. Gli ultimi quattro, infatti, li aveva trascorsi nel campo di concentramento a Ravensbruck. Nello stesso anno Wojtyla veniva eletto vicepresidente dell’organizzazione studentesca “Bratnia Pomoc” (“Soccorso Fraterno”) dell’Università Jagellonica. Della stessa organizzazione era segretario generale un suo compagno di seminario, Andrzej Maria Deskur.

Otto mesi dopo il suo rientro da Roma, dove aveva conseguito il dottorato in Teologia, al termine di un’esperienza come viceparroco in una parrocchia di campagna a Niegowic presso Gdów, don Karol Wojtyla, è trasferito, sempre come viceparroco, nella Parrocchia di San Floriano a Cracovia. E, «come giovane sacerdote, era cappellano degli studenti di medicina» e organizzava «incontri con relazioni, con discussioni, preghiere». Ricorda la dottoressa Poltawska: «allora è nata un’amicizia, specialmente quando il Santo Padre, che a quell’epoca era sacerdote, ha saputo della mia storia durante la guerra. Io sono stata in un campo di concentramento. Quando lui ha saputo questo, ha cambiato atteggiamento verso di me, mi ha scelto in mezzo al gruppo dei medici e degli universitari che eravamo lì. Lui, infatti, pensa che quelli che hanno sofferto durante la guerra hanno sofferto per lui, perché a lui è stata risparmiata tale sofferenza».

Nel 1962 mons. Wojtyla lascia la Polonia sapendo che la sua amica sta male. Qualche giorno dopo il suo arrivo gli giunge un telegramma di Andrzej Poltawski. Wanda è stata ricoverata «nell’ospedale oncologico di Cracovia». Gli viene riferito anche quello che il prof. Michatowski, primario del reparto, aveva detto alla paziente: c’è «il cinque per cento di possibilità che non si tratti di cancro, ma di una infiammazione». La patologia è diffusa «su tutto l’intestino e siccome non si poteva togliere tutto l’intestino la situazione era disperata», anche se i medici decidono di tentare l’intervento. Il vescovo polacco è lontano. Si trova a Roma. Nella città in cui studiò da giovane. Nella città da cui partì, nel 1948, per San Giovanni Rotondo. Probabilmente gli tornano alla memoria quel viaggio e quel frate. Sta di fatto che decide di inviare una lettera a Padre Pio.

Mons. Karol Wojtyla scrive a Padre Pio

Il 17 novembre il Vicario capitolare di Cracovia prende un foglio di carta intestata della “Curia Metropolitana Cracoviensis” e scrive, in latino:

«Venerabile Padre, Ti prego di rivolgere una preghiera per una madre di quattro figlie, di quarant’anni, di Cracovia in Polonia, (durante l’ultima guerra in campo di concentramento in Germania), ora in pericolo gravissimo di salute e della vita stessa per un cancro: affinché Dio per intercessione della Beatissima Vergine mostri la sua misericordia a lei e alla sua famiglia in Cristo obbligatissimo + Carolus Wojtyla vescovo titolare di Ombi vicario capitolare di Cracovia». In calce al testo, un indirizzo: «Roma, Pontificio Collegio Polacco Piazza Remuria 2 A Roma».

Evidentemente il mittente si aspetta una risposta. Se non immediata, almeno a distanza di qualche giorno, per iscritto. Quell’indirizzo, in pratica, dà a Padre Pio il tempo per pregare e per ottenere una risposta dal Signore. Il santo Frate ha, infatti, anche un’altra possibilità: dare subito la risposta tanto attesa, perché quella lettera non viene spedita. Per essere certo che arrivi a destinazione mons. Wojtyla chiede aiuto a un suo amico, il monsignore polacco, Andrzej Maria Deskur, ora cardinale, all’epoca sotto-segretario della Pontificia Commissione per la Cine-matografia, la Radio e la Televisione e segretario del Segretariato preparatorio per la Stampa e lo Spettacolo del Concilio Ecumenico Vaticano II, che era al servizio della Santa Sede dal 1952.

Mons. Deskur è ricoverato presso la casa di cura romana dei Cavalieri di Malta per un infarto, ma riesce a far giungere la lettera al commendator Angelo Battisti. Anche Battisti è al servizio della Santa Sede, lavora come dattilografo presso la Congregazione del Santo Ufficio. Aveva conosciuto Padre Pio nel febbraio 1941. Si era recato «da lui per motivi di salute e per bisogni familiari». Dopo quell’incontro era divenuto suo figlio spirituale. Dal 1957 avrebbe avuto anche il delicato incarico di amministratore di Casa Sollievo della Sofferenza. L’impiegato del Vaticano riceve da mons. Deskur una busta chiusa nella «mattinata del 17 novembre del 1962 con preghiera di portarla a Padre Pio», quindi nella stessa mattina in cui era stata scritta, senza conoscere né il contenuto né il mittente.

Padre Pio: “a questo non si può dire di no”

Lo stesso commendator Battisti ricorderà, molti anni dopo: «nel pomeriggio parto per San Giovanni Rotondo e la sera del giorno successivo, 18, mi reco a conferire con Padre Pio e per prima cosa gli consegno la lettera in parola; mi dice poi di aprirla e leggerla». L’indirizzo scritto da mons. Wojtyla è inutile. Padre Pio ha già una risposta da dare e l’affida allo stesso commendatore al quale dà l’incarico «di assicurare che avrebbe tanto pregato per questa mamma». Ma dice anche: «A questo non si può dire di no». «Perché?» gli chiede incuriosito il dipendente della Santa Sede.

L’anziano Cappuccino, appoggiato con la spalla allo stipite della cella n. 5 del convento, bisbiglia qualcosa. È presente alla scena don Pierino Galeone che non riesce ad ascoltare le parole di Padre Pio, però vede «Battisti diventare improvvisamente euforico». Pensando che almeno lui abbia compreso la risposta, appena si trova da solo con l’impiegato vaticano, gli chiede spiegazioni. Ma scopre che «Battisti non solo non aveva percepito il senso delle parole appena sussurrate», ma non sa «neppure darsi una spiegazione della propria euforia».

Nella risposta di Padre Pio c’è anche un messaggio per il monsignore intermediario: «dica questo a mons. Deskur, che guarirà e che lavorerà molti anni per la Santa Sede». Cosa che puntualmente si avvera. Nel frattempo la dottoressa Poltawska, che non sa niente della lettera, la mattina dell’intervento si risveglia senza più dolori. Viene comunque sottoposta alle ultime radiografie di routine, prima di entrare in sala operatoria. Ma subito dopo, con sua sorpresa, un oncologo del reparto si avvicina a lei e le dice «che non c’era più bisogno dell’intervento». Istintivamente, da medico, Wanda pensa a quel «cinque per cento di possibilità» di cui le aveva parlato il primario. Pensa di aver avuto solo un’infezione e di essere guarita. Ritorna a casa e subito il marito si preoccupa di avvisare con un altro telegramma l’amico vescovo, il quale sente il dovere di inviare con altrettanta tempestività «una seconda lettera con il ringraziamento a Padre Pio».

Su un foglio con la stessa intestazione, il 28 novembre, scrive, sempre in latino:

«Venerabile Padre, la donna di Cracovia in Polonia, madre di quattro figlie, il giorno 21 novembre prima dell’operazione chirurgica istantaneamente ha riacquistato la salute grazie a Dio e anche a Te Padre Venerabile rendo il più grande grazie a nome suo, di suo marito e di tutta la famiglia. In Cristo +Carolus Wojtyla vicario capitolare di Cracovia».

Padre Pio ad Angelo Battisti:  “conserva queste due lettere”

Anche questa lettera viene affidata alle mani di Angelo Battisti tramite mons. Deskur. La consegna avviene il 29 novembre. «Il primo dicembre, sabato – ricorda ancora l’impiegato della Santa Sede – consegno a mia volta la lettera al Padre». In questa circostanza, però, il Cappuccino chiede chi sia il mittente. Battisti risponde «che forse era la stessa persona di quella già ricevuta».

Padre Pio gli chiede «di aprirla e di leggerla». Al termine della lettura commenta: «sia ringraziato Dio». Sul suo tavolo c’è ancora la prima lettera. La prende, la porge al suo amico e gli dice: «tienile queste due lettere». Battisti, in quell’istante, non comprende. Non può comprendere. Come probabilmente non aveva compreso la frase ascoltata dieci giorni prima: «a questo non si può dire di no». Avrebbe capito dopo. Molti anni dopo. E tra l’altro in una circostanza quanto meno sorprendente. «Senza dargli sul momento eccessiva importanza» custodisce «le dette missive in una busta» che si ritrova casualmente «fra le mani appena due mesi orsono, nella ricerca che stavo facendo di un documento riguardante la “Casa” (Sollievo della Sofferenza n.d.a.)».

Battisti scrive questa sua deposizione l’8 dicembre 1978. Il che significa che quelle due lettere riemergono dall’oblio della memoria nello stesso mese e nello stesso anno in cui colui che le aveva scritte è eletto papa col nome di Giovanni Paolo II. Intanto la dottoressa Poltawska continuava ad essere all’oscuro di quanto le era accaduto a sua insaputa. È lo stesso mons. Wojtyla a raccontarle tutto quando, a fine anno, rientra in patria. Lei ricorda benissimo quel momento: «Io gli ho domandato chi è Padre Pio? Non sapevo neanche che esistesse questo Cappuccino, perché in quel tempo la Polonia era comunista e non avevamo nessun contatto con l’Italia e allora non sapevamo nulla di ciò che succedeva in Italia». Tra l’altro le parole del vescovo, in quel momento, non riescono a vincere tutti i dubbi della donna. Tutto le diviene più chiaro alcuni anni dopo. In Polonia «i passaporti li ricevevano solo gli iscritti al Partito Comunista».

Wanda Poltawska incontra Padre Pio: “Adesso va bene?”

Per questa ragione la psichiatra di Cracovia non aveva mai potuto lasciare la sua patria. Ottiene il primo permesso di espatriare per ragioni di salute. Quel viaggio le sarebbe rimasto sempre impresso nella memoria. «Poiché avevo complicazioni a una vertebra cervicale, dopo un incidente capitatomi nel campo di concentramento, fui costretta ad andare in America per un intervento chirurgico. In questa occasione mi diedero il passaporto. Il mio chirurgo era a Honolulu e, per andarci, avevo un biglietto che mi consentiva di fare il giro del mondo. Ne ho approfittato, al ritorno dall’America, per fermarmi a Roma. In quel periodo era a Roma anche il vescovo Karol Wojtyla che mi ha suggerito: “vai adesso da Padre Pio, approfitta di questa occasione”. Era maggio 1967. Io non conoscevo neppure la lingua italiana, ma c’era una suora Feliciana, ora morta da tanto tempo, suor Massimiliana, che mi ha portata a San Giovanni Rotondo. C’era una folla davanti alla chiesa e io stavo cercando di capire come poter entrare. Ma è uscito un frate, mi pare padre Tarcisio, e questa suora gli chiese: “c’è una signora che per la prima volta ha ricevuto un passaporto, dopo non potrà venire una seconda volta, come può fare per vedere Padre Pio?”.

Rispose: “venite alle cinque del mattino davanti a questo portoncino.” Siamo arrivate alle cinque del mattino. Ci siamo sistemate in chiesa accanto all’altare, abbastanza vicino. Potevo osservare Padre Pio mentre celebrava la Messa. Una Messa eccezionale. Nessun sacerdote aveva mai celebrato la Messa come Padre Pio. Poi mai avevo visto gli italiani così silenziosi come durante quella Messa, perché normalmente parlano, gridano… E poi la Messa durava a lungo. Così ho potuto osservare Padre Pio da vicino. Lui camminava con difficoltà, appoggiandosi a qualcuno. Come medico conoscevo i sintomi della sofferenza. Vedevo che soffriva, che ogni suo passo era doloroso. Durante la Messa vidi il sangue delle sue stimmate che impregnava i guanti. Terminata la celebrazione, Padre Pio tornava piano piano in sagrestia dalla parte in cui eravamo noi, io e questa suora. E guardava, guardava, guardava. Si guardava intorno, come per cercare qualcuno. Poi è venuto direttamente davanti a me e mi ha fatto un po’ (con la mano mima la carezza sulla testa fattale da Padre Pio n.d.a.): “adesso va bene?”. E solo in quel momento ho capito che c’era stato un intervento suo, perché prima io non
lo credevo. Da quel momento, Padre Pio ha cambiato la mia vita. Ora io chiamo Padre Pio “il mio santo privato”. È mio. Mi assiste in ogni viaggio. Mi protegge».

 

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Ich habe von diesem grandiosen Wunder durch Padre Pio und dem lieben Gott im Himmel bereits vor Jahren gehört. Allerdings nicht in den hier genannten Einzelheiten. Ich finde es einfach wunderbar. Große Ehre gilt San Pio e Dio in cielo. Bei meinem Mann Matteo wurde auch ein Karzinom festgestellt, uns wurde große Angst gemacht. Wir hatten sehr große Angst und viele Tränen. Ich betete sofort für meinen Mann und habe zu Padre Pio gesprochen, den ich seit sehr langer Zeit sehr verehre. Wir waren schon recht oft in San Giovanni Rotondo, ich habe jedes Mal einen Brief vorort geschrieben und um Schutz und Gesundheit gebeten. Nach der Diagnose flogen wir nach Venedig – die reise war bereits lange vorher gebucht, dort hatten wir ein nettes Zimmer – ich lief zum Fenster, machte es auf und sah auf eine kleine Kirche. Das war mein persönlicher Betplatz in Venedig. Als wir wieder in Deutschland waren, hatte mein Mann einen Untersuchungstermin -an diesem Tag brachte der Postbote einen Brief… aus San Giovanni Rotondo. Eine Medaille war auch dabei und ein Armband. Mein Mann bans ich das Bändchen sofort um. Wir gingen bei zu diesem Arzt…. er untersuchte… holte den Opberarzt dazu… untersuchte erneut… es war nichts mehr zu fühlen und nichts mehr zu sehen. Grazie di cuore a Padre Pio e Dio in cielo Matteo und Martina

Caro Francesco ,
Anchio sono malato di cancro spero di meritarcii e meritarmi la sua intercesione per l’avvenuta Nostra guarigione.Mi chiamo Fabrizio anni 58 , papà di due splendidi ragazzi Lisa 14 anni e Elia anni25 , purtroppo sono separato ma con la speranza di potermi riunire con Nicoletta 50 anni , sono innamorato , vorrei tornare al calore della mia famiglia . Ciao , Grazie di esistere Francesco perché tieni alto il ricordo di persone speciali , un abbraccio . Bergamo 29/11/2019

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