
Scritto da Emanuele Brunatto sotto lo pseudonimo di Giuseppe De Rossi, il testo era composto da centoquarantaquattro pagine ed aveva un costo di sette lire. L’autore aveva rinunciato agli utili di questa pubblicazione a favore di opere di beneficenza. La condanna del libro o la sua messa all’indice come si diceva allora avveniva attraverso un 
“È stato stampato a Roma dall’editore Giorgio Berlutti senza alcun permesso dell’autorità ecclesiastica, un opuscolo dal titolo padre Pio da Pietralcina con prefazione a firma di Giuseppe de Rossi. Per norma dei fedeli la Suprema Sacra Congregazione fa noto che la detta pubblicazione, trattando anche di pretesi miracoli e di altri fatti straordinari, è ipso iure e proibita e non si può senza dovuto permesso né stamparsi, ne leggersi, ne ritenersi, né vendersi, né tradursi in altre lingue, né comunque comunicarsi con altri”.
Nella stessa notificazione si ricordava anche che “i fedeli sappiano essere loro dovere di astenersi dall’andare a visitarlo o mantenere con lui relazioni anche semplicemente epistolari“. Comunicato datato 23 aprile 1926 firmato da Mons. Luigi Castellano notaro della Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio.

Nato a Torino il 9 settembre 1892, Emanuele Brunatto (nella foto) sentì parlare di Padre Pio nel 1920 e decise di abbandonare la vita mondana e partire per San Giovanni Rotondo. Padre Pio, avendolo notato, nella chiesetta antica, lo fulminò con uno sguardo come se avesse visto il diavolo in persona. Brunatto, definendosi un grande peccatore, fece l’accusa dei peccati. Mentre riceveva l’assoluzione, avvertì profumi di rose e di violette. Il cappuccino stigmatizzato lo accettò come figlio spirituale. Dal 1920 al 1925 visse nel convento di San Giovanni Rotondo. Durante le persecuzioni di Padre Pio, divenne un suo grande difensore, ma creò non lievi difficoltà. Morì il 10 febbraio 1965.
riproduzione riservata


