71013, San Giovanni Rotondo (FG)

Padre Pio operato d’ernia senza anestesia

5 ottobre 1925. Il racconto del medico che eseguì l'intervento

Estratto sunteggiato da “Misteri di Scienza e luci di fede” del dottor. Giorgio Festa

“Siamo nel settembre 1925. La decisione di recarmi sul Gargano venne presa all’improvviso in uno degli ultimi giorni e immediatamente messa in esecuzione. Fui accolto, lunedì 28 settembre, dal sorriso dolce buono di due frati. Mi venne consegnata la cella n.9, vicina a quella di padre Pio, contrassegnata con il numero cinque. Riposai discretamente.

Il mattino seguente, uscendo nel corridoio, mi incontrai con due frati, i quali, con tinte e pennelli, si avviavano ad imbiancare le pareti di una stanza, che nei giorni precedenti era stata ingrandita. Spinto dalla curiosità li volli inseguire: una bella stanzetta rettangolare, con due piccole finestre, mi era stato collocato anche un calorifero in terracotta con relativo fumaiolo.

Erano le celle n. 24 e 25 che vennero unite in un’unica stanza. Osservandone la grandezza, la forma e il fresco candore, non potei trattenere un’esclamazione  di sapore professionale: “bella questa stanza, sembra proprio una sala operatoria”.  I frati risero volentieri continuando il loro lavoro. Trascorsi il martedì e il mercoledì in lieta conversazione con Padre Pio.

Il giovedì, 1 ottobre, mentre io ero con lui nella sua cella, conversando di cose indifferenti, egli si interruppe di un tratto e mutando espressione mormorò: “sono già alcuni anni che ad intervalli sono colto da dolori; ora questi intervalli sono così ravvicinati ed è così atroce l’intensità del mio soffrire che specie quando salgo dall’altare debbo compiere sforzi inauditi per contenermi e non lasciare trapelare quello che mi succede. Sottoposto ad un attento esame osservai, nella regione in inguinale una voluminosa ernia.

Non seppi fare di meglio che suggerire un sollecito intervento chirurgico. Il buon padre: “peccato che non abbia pensato prima a farmi visitare da te. Ti avrei anche pregato di farmi tu questo servigio”. Lo rassicurai che, ove la mia mano per lui fosse sembrata idonea alla non facile operazione, volentieri sarei rimasto al suo fianco. Accogliendo l’offerta, soggiunse: “parlane tu stesso al padre guardiano e mi opererai quando meglio ti aggrada”. Nella sera di quel giorno il signor Giuseppe de Paoli, distinta personalità di Bolzano, pregato da me andò a Roma a farsi consegnare dalla mia famiglia gli strumenti necessari, e fu di ritorno nelle prime ore del 5 ottobre.

Frattanto nella famosa stanzetta ingrandita n. 25 feci preparare un letto e tutto il materiale sterilizzato, compreso quello arrivato da Roma, insieme al Dottor Angelo Maria Merla e al Padre Fortunato attesi che padre Pio terminasse le confessioni.

Verso le ore 12:00 lo vedemmo avanzare a passo lento, pallido in volto per la fatica e il dolore: “caro dottore, eccomi nelle tue mani, però non voglio essere cloroformizzato”. Non valsero la mia energica opposizione né le riflessioni tecniche, rimase fermo nella sua volontà: “ti sapresti astenere, dopo avermi cloroformizzato, dal visitare le piaghe che hai studiato su di me?”. “No Padre”. “Vedi che ho ragione io”. Ai miei superiori fu dato l’ordine di non farmi visitare ed è mio dovere fare in modo che venga rispettato”.

Questa tempra di uomo e di sacerdote non emise dalle sue labbra, malgrado la non breve durata di un’ora e tre quarti, neppure un lamento. Solo mentre io eseguivo il taglio del sacco erniario, due grosse lacrime scesero dagli occhi giù per le gote e poi un singulto supremo: “Gesù perdonami se non so soffrire quanto dovrei”. Dopo nove punti di sutura, vi applicai qualche strato di medicatura sterilizzata e una benda; quindi il dottor Merla lo trasportò nel suo lettuccio. Qui più volte rimase privo di sensi. Approfittai di uno di questi momenti per riesaminare a sua insaputa le piaghe. Il decorso post operatorio fu soddisfacente. Al sesto giorno tolsi i punti di sutura. Dopo breve convalescenza, padre Pio riprese la sua attività”.

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