71013, San Giovanni Rotondo (FG)

Le stimmate di Padre Pio a Piana Romana

7 settembre 1910

A Piana Romana, zona rurale di Pietrelcina, c’è il piccolo podere della famiglia Forgione, con una casupola allo stato grezzo. Spesso il giovane padre cappuccino si ritira là per ore. D’estate anche per giorni interi, rimanendo a dormire in una capanna di tronchi e paglia costruita ai piedi di un grande olmo. In quel paesaggio incantato gli riesce più facile pregare o recitare il breviario. Forse perché lontano dalla vita frenetica del paese. Forse perché nel sentirsi immersi nella meravigliosa opera del Creatore, ci si sente anche parte di Lui. In quella capanna, già spettatrice di celesti visioni e di vessazioni diaboliche riservate al piccolo Francesco Forgione, un mese dopo l’ordinazione sacerdotale, accade un altro strano fenomeno.

«In mezzo alla palma delle mani» appare «un po’ di rosso quasi quanto la forma di un centesimo, accompagnato anche da un forte ed acuto dolore in mezzo a quel po’ di rosso». Lo stesso dolore, simile a quello che procurerebbe l’essere trapassato da una spada, lo avverte «anche sotto i piedi». Padre Pio resta esterrefatto. Soprattutto quando quei segni diventano vere e proprie «trafitture». Non sa «nè spiegare e nè comprendere» quello che gli sta accadendo. Prova una «maledetta vergogna». Ci metterà un anno per scriverlo al suo direttore spirituale. Ne parla solo in confessione con l’arciprete, che non può dargli certezze, ma solo un’ipotesi: sono i segni delle stimmate di nostro Signore.

Nel dubbio il fraticello chiede a Gesù di ritirare «un tal fenomeno visibile». Un desiderio che Gesù accontenta immediatamente. Dopo quella preghiera esteriormente mani e piedi tornano come prima. Resta solo «il dolore acutissimo che si fa sentire, specie in qualche circostanza e in determinati giorni». Ciò accade, in particolare, «dal giovedì sera fino al sabato, come anche il martedì». Negli stessi giorni della settimana padre Pio comincia a sperimentare la coronazione di spine e la
flagellazione.

A queste sofferenze mistiche si aggiungono quelle della malattia che, dopo l’ordinazione sacerdotale, ha ripreso a torturarlo. Ora sembrano inutili persino l’aria di Pietrelcina e le «moltissime medicine», prescritte dal suo medico e diligentemente assunte. Ha fatto così tante «iniezioni ipodermiche» che non ha «quasi più dove bucare». Per alcuni giorni non ce la fa neppure a dir Messa. E questo è per lui il martirio peggiore.

Padre Pio sopporta sempre con pazienza malesseri e disagi, specialmente dopo essere stato rassicurato da padre Benedetto che non sono segno dell’«abbandono di Dio, ma piuttosto squisitezze del suo finissimo amore». È in questo stato che si delinea con chiarezza il suo programma di vita. «Sento in me un bisogno – scrive – di offrirmi al Signore vittima per i poveri peccatori e per le anime purganti… scongiurandolo a voler versare sopra di me i castighi che sono preparati sopra i peccatori e sulle anime purganti, anche centuplicandoli su di me, purché converta e salvi i peccatori ed ammetta presto in paradiso le anime del purgatorio».

Il suo direttore spirituale gliene dà il permesso e gli garantisce che la sua offerta «sarà accettissima al Signore». Successivamente, le notizie di continui peggioramenti, spingono il buon padre cappuccino, che non può dimenticare di essere anche ministro provinciale, a scrivere al suo discepolo: «Se la dimora a casa non ti guarisce ti richiamerò all’ombra di san Francesco. Anche se il Signore ti vorrà chiamare in gloria, è meglio che tu muoia nel convento ove egli ti chiamò».

Padre Pio resta stupito dinanzi a quelle parole e rivendica «tutto il dovere e il diritto di non privarmi direttamente della vita a 24 anni», pur dichiarandosi «disposto a fare qualunque sacrificio, se trattasi di obbedienza».

Padre Benedetto non può più tirarsi indietro. Questa è, infatti, anche la volontà del Ministro Generale dell’Ordine, al quale il Provinciale non ha potuto tenere nascosto il caso. Ribadisce al povero sventurato che il suo «permanere fuori del chiostro» non ha più alcuno scopo, né giustificazione, visto che il suo «male è un volere espresso di Dio e non un fatto naturale». Dunque «è meglio che ritorni all’ombra della santa religione». Glielo scrive con l’amore di un padre, aggiungendo: «Vorrei non solo vederti in qualche nostro convento, ma anche a fianco a me ed apprestarti da me stesso le cure necessarie, perché sai che ti voglio bene qual figlio».

Contemporaneamente, con lo stesso affetto paterno, e forse anche per scrupolo, chiede al discepolo di recarsi a Morcone. Qui lo raggiunge e lo porta a Napoli da uno specialista, «per sentire dalla scienza se poteva stare fuori dell’aria natia con la speranza di non peggiorare». Il luminare è il famoso professore Antonio Cardarelli, considerato un’autorità in campo medico, che visita, resta allibito e consiglia di condurre l’ammalato nel convento più vicino, perché ha i giorni contati.

riproduzione riservata

Leave a comment