71013, San Giovanni Rotondo (FG)

Il soldato Forgione

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La chiamata alle armi

Quando scoppia la prima guerra mondiale, il 31 maggio 1915, il frate di Pietrelcina scrive a Padre Agostino: «Noi dobbiamo fare tutti il nostro dovere, a seconda delle nostre forze». Padre Agostino è molto preoccupato perché la «dolorosa guerra» sta spopolando i conventi, visto che «quasi una trentina di religiosi erano stati mandati al fronte».

Quella di padre Pio è, ovviamente, un’affermazione di principio, visto che di forze, a lui, la malattia ne lascia poche o niente.

Due mesi dopo, infatti, scrive nuovamente al suo amico e confessore per chiedergli il permesso di recarsi «a Napoli per una visita medica, non per sperare da tal visita una miglioria», ma per premunirsi del certificato di uno specialista da esibire «in caso di richiamo alla milizia». Secondo padre Agostino questa «gita a Napoli» è superflua. È convinto che, se chiamato alle armi, il suo discepolo sarebbe immediatamente riformato dai medici militari, anche in considerazione di un declassamento «alla terza categoria» deciso otto anni prima, al termine della visita di leva.

Il primo novembre dello stesso anno padre Pio legge, su un muro del paese, un manifesto. Tutti i nati negli anni 1886 e 1887 devono presentarsi il 6 novembre al distretto militare di Benevento. Nonostante le sue condizioni di salute, il giovane frate, che era nato il 25 maggio 1887, parte con un «presentimento di pessimismo».

Nel capoluogo incontra un «feroce capitano medico» che, dopo uno scrupoloso esame, diagnostica la «tanto temuta malattia, quale appunto l’è la tisi». Lo invia all’Ospedale Militare di Caserta, nel reparto osservazione, dove si decide l’idoneità o la non idoneità di un soldato.

Qui il medico che dovrebbe emettere il verdetto ha i modi dello zotico, anche se porta i gradi di colonnello. La sua visita si riduce «ad una pura formalità». Al paziente non fa neppure una domanda e quando padre Pio si permette di aprir bocca, tronca subito il discorso dicendogli: “Va bene, al reggimento ve la vedrete con i vostri novelli superiori».

A questo punto la recluta capisce che è meglio « non fiatare», nonostante «lo stomaco incomincia a fare il solito scherzo» e siano ripresi forti dolori al petto, «per la semplicissima ragione che il parlare non gioverebbe a nulla».

Il soldato Francesco Forgione viene, quindi, destinato all’ospedale militare della Trinità, sede della Decima Compagnia sanitaria, a Napoli, dove si presenta il 6 dicembre. Appena varcata la soglia dell’enorme e sontuoso complesso, che prima della soppressione degli ordini religiosi era convento femminile per le fanciulle nobili della città, padre Pio chiede di essere visitato.

Dopo due giorni di attesa viene chiamato dal comandante di compagnia. È un giovane tenente che, pur mosso a compassione per le condizioni del militare col saio, può solo rimettere la sua causa nelle mani del capitano. L’ufficiale superiore trova il tempo per occuparsi di lui solo il 17 dicembre.

La lunga attesa, durante la quale la recluta deve provvedere a sue spese a vitto e alloggio, con una scorta di denaro che sta per finire, viene premiata con una diagnosi che rende giustizia alla verità. Viene mandato a casa con il foglio di convalescenza per dodici mesi.

Prima di partire per Pietrelcina, il breve soggiorno napoletano regala al pastore di anime una consolazione. Incontra una persona «veramente degna del divin Cuore», un’amica di Raffaelina Cerase, Giuseppina Morgera, che da quel momento diventa sua «devota figlia spirituale».

 

 

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